Dopo il voto dell’Aula l’Anm è scesa sul piede di guerra
Suonano tamburi di guerra e sono pronti a impugnare l’ascia. Quel voto della Camera proprio non se l’aspettavano. Luca Palamara, presidente dell’Associazione nazionale magistrati, fa capire che se al Senato non cambia quell’emendamento, si va dritti allo sciopero delle toghe. E questo nonostante sia scoppiata la pace, per la prima volta dopo decenni, tra giudici e governo.
Presidente Luca Palamara, i giudici non devono pagare per gli errori giudiziari di cui sono responsabili? E chi ingiustamente è stato in carcere, la vittima della malagiustizia, con chi deve prendersela?
«Bisogna distinguere tra responsabilità dello Stato e responsabilità del giudice. E’ evidente che chi ha proposto l’emendamento non sa nemmeno di cosa parla».
Non sarei tanto sicuro. Nel vostro comunicato parlate di vendetta della politica…
«In un momento nel quale si chiede rigore, solidarietà e legalità qualcuno preferisce tornare al passato e tentare di vendicarsi nei confronti di chi in questi anni ha cercato di applicare la legge».
Va bene. Ma chi ha sbagliato deve pagare o no?
«Esistono cinque forme di responsabilità del giudice. Una penale, un’altra amministrativa, e poi una disciplinare, una contabile e infine una civile».
Benissimo, e allora qual è il problema? Dov’è la pericolosità dell’emendamento leghista, fatto proprio anche da un gruppo di una cinquanta per dirla con Di Pietro di “traditori”, o franchi tiratori?
«Per la legge italiana il cittadino può rivalersi direttamente nei confronti dello Stato che, a sua volta, può rivalersi nei confronti del giudice, nei casi di dolo o di colpa grave. L’emendamento approvato, invece, vuole introdurre una forma di responsabilità diretta del giudice, di fatto inibendo anche l’esercizio della funzione giurisdizionale».
Chiaro. Perché parlate di ritorsione della politica?
«Introdurre la contestazione diretta significa impedire la libertà di giudizio dei giudici. Nel processo ci sono due parti. E’ fisiologico che quella che soccombe finisca per rivalersi sul giudice. E dunque il giudice di fronte all’eventualità di essere trascinato in giudizio da una delle parti di fatto finirà per non decidere, per non compromettersi».
Insomma, che fine fa il libero convincimento dei giudici? Va a finire in soffitta?
«Finiremo per essere coartati, assimilati a delle macchine nelle quali come un jukebox si mette un gettone ed esce la decisione. Altri, riteniamo, devono essere i meccanismi per controllare come ha operato un giudice. Puntando sul sistema disciplinare e sui controlli sulla professionalità».
Perché parlate di emendamento incostituzionale?
«Perché l’impianto voluto dal nostro costituente vuole la soggezione del giudice soltanto alla legge».
Davvero c’è il rischio che si vada a uno sciopero della magistratura italiana?
«Di fronte a quanto è accaduto oggi non possiamo escludere nessuna forma di protesta».



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