Stralci tratti dal libro “Il senso della vita. Una introduzione filosofica” di Terry Eagleton- Ed Ponte alle Grazie.

 DOMANDE E RISPOSTE ( capitolo primo) -Si può anche pensare che la non comprensione del senso della vita faccia parte  del senso della vita, così come non conteggiare quante parole dico durante una cena mi consente di tenere un discorso durante una cena. Forse la vita va avanti proprio in virtù della nostra ignoranza del suo senso più profondo… Il filosofo Arthur Schopenauer pensava qualcosa di simile, e in un certo senso anche Sigmund Freud. Per Nietzsche della Nascita della tragedia, il vero significato della vita è qualcosa di troppo terribile da affrontare, ragion per cui abbiamo necessità di un’illusione consolatrice che ci consenta di continuare a vivere. Ciò che chiamiamo “vita” è solo una finzione necessaria. Senza un’abbondante  dose di illusione, la realtà si fermerebbe di colpo. (…)

Una delle più potenti domande sul senso della vita che non hanno una soluzione ottimistica è la tragedia. Di tutte  le forme artistiche, la tragedia è quella che affronta la domanda sul senso della vita nella maniera più penetrante e  risoluta, poiché non ha timore di accogliere le risposte più spaventose. La tragedia nei suoi momenti più alti è una coraggiosa riflessione sulla fondamentale natura dell’ esistenza umana ; essa affonda le  sue radici nella cultura dell’ antica Grecia in cui la vita è fragile, pericolosa e insopportabilmente vulnerabile. (…) La tragedia  nella sua massima espressione è una domanda senza risposta, che ci priva volutamente di ogni consolazione ideologica. 

(…)

In ,  Essere e tempo Heidegger sostiene che  l’uomo si distingue dalle altre creature per la capacità di porre in questione la sua stessa esistenza. L’uomo è quella creatura per cui l’esistenza in quanto tale, e non un suo tratto particolare, è problematica. Questa o quella situazione può risultare problematica per un facocero, ma  (così prosegue il ragionamento) l’uomo è quel particolare animale che si trova dinnanzi alla sua condizione come dinnanzi a un problema, a qualcosa di imbarazzante, a una fonte di  ansia, a un elemento di speranza, a un fardello, un dono, uno spavento o un’assurdità. E questo dipende anche dal fatto che l’uomo è consapevole, laddove il facocero presumibilmente non lo è, che la sua esistenza è finita. L’essere umano è forse il solo animale che vive perennemente  all’ombra della morte.

Nondimeno, c’è qualcosa di profondamente moderno nella tesi di Heidegger. Non che, ovviamente, Aristotele o Attila l’Unno non fossero consapevoli  del loro essere mortali… Ma è pur vero che l’essere umano, non da ultimo perché possiede il linguaggio, è in grado di oggettivare la propria esistenza in un modo che alla tartaruga risulterebbe probabilmente impossibile. Noi possiamo parlare di “condizione umana”, mentre è improbabile che, al riparo dei loro gusci, le tartarughe meditino sulla loro condizione tartarughesca. (…)

 

LA VITA E’ CIO’ CHE NE FACCIAMO? ( capitolo quarto) …. Com’ è possibile assegnare un unico significato a tutto ciò che sulla faccia della terra, dal parto al tip tap, viene rubricato come vita umana ?  (…) Il “senso della vita” può voler dire altrettanto “ a cosa  ammonta tutto questo”, nel qual caso il parto e il tip tap non sarebbero visti… come aspetti di un’ unica totalità significante. (…) Nemmeno la più grandiosa delle narrazioni storiche immagina di poter dare un senso ad ogni cosa. Il marxismo non ha nulla da dire sulle ghiandole odorifere anali dello zimbetto… (…) E’ altamente improbabile che ogni singola cosa nella vita dell’uomo sia parte di un modello coerente. E’ sufficiente, allora, che sia solo la maggior parte delle cose della vita a farne parte ? O “il senso della vita” vuol dire piuttosto “Il significato sostanziale della vita”, non tanto dunque a cosa ammonta tutto questo, quanto piuttosto a cosa  si riduce tutto questo? (…)

L’idea che il senso della vita sia innanzitutto una questione individuale è dura a morire. Julian Baggini scrive che “la ricerca del senso della vita è essenzialmente una cosa personale” che implica “il potere e la responsabilità di scoprire e in parte determinare il senso per sé stessi”. John Cottingham dice che una vita dotata di senso è una vita in cui “l’individuo è impegnato (…) in attività realmente utili che riflettono la sua scelta razionale in quanto soggetto autonomo “. Nessuna di queste affermazioni è falsa. Ma tutte riflettono un’inclinazione individualista tipica dei nostri tempi. Non vedono il significato della vita come progetto comune e scambievole. Mancano di dire  che per definizione può non esserci alcun significato, sia esso della vita o di qualunque altra cosa, che sia unico solo per me. (…)

 

Baggini propone un  ventaglio di possibilità per il senso della vita (felicità, altruismo, amore, successo,rinuncia o sacrificio del sé, piacere, il maggiore bene per la specie) e suggerisce nel suo stile liberale che in ognuna di esse vi è del vero. Di conseguenza viene proposto un modello “di tutto un po’. In modo creativo, ciascuno di noi può prendere ciò che vuole da questi diversi beni e mescolarlo nella vita che più gli si confà.

 

E’ tuttavia possibile unire le ipotesi di Baggini e vedere la gran parte di questi beni come qualcosa che può essere combinato. Prendiamo un’immagine di vita virtuosa, un gruppo jazz. Un gruppo jazz in una jam session è chiaramente diverso da  un’orchestra sinfonica, poiché ogni membro è perlopiù libero di esprimersi come preferisce. Tuttavia, ogni musicista suona con una sensibilità che è ricettiva verso il modo in cui gli altri musicisti si esprimono. La complessa armonia che si crea nasce non tanto dal suonare uno spartito comune a tutti, quanto piuttosto dalla libera espressione musicale di ognuno dei membri che agisce come base per la libera espressione degli altri. (…)

 

E’ il jazz allora il senso della vita? Non proprio. L’obiettivo sarebbe costruire un tipo di comunità di questo genere su più larga scala, e ciò rappresenta un problema politico. Si tratta, certo, di un’aspirazione utopica, ma non per questo meno valida. La cosa più importante di  simili ispirazioni utopiche è che  indicano una direzione, indipendentemente dal fatto di essere tristemente destinati a non raggiungere mai la meta . Abbiamo bisogno di una forma di vita che sia completamente inutile, proprio come è inutile una sessione di jazz. Invece di servire un qualche scopo utilitaristico o un profondo fine metafisico, il jazz è un piacere in sé. Non necessita di  altre giustificazioni che non siano la sua stessa esistenza. Sotto questo aspetto, il senso della vita è curiosamente prossimo all’insensatezza.

I credenti che trovano questa versione del senso della vita un po’ troppo facile, dovrebbero ricordarsi che anche Dio è il suo stesso fine, il suo fondamento, la sua stessa origine, la sua causa e il suo piacere e che solo vivendo in questo modo si può dire che gli esseri umani condividano la sua vita.

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OSCAR WILDE  sul senso della vita:

« Ho scritto quando non conoscevo la vita. Ora che so il senso della vita, non ho più niente da scrivere. La vita non può essere scritta: la vita può essere soltanto vissuta » (« I wrote when I did not know life; now that I do know the meaning of life, I have no more to write. Life cannot be written; life can only be lived  »)

   
 

 

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