(…)

Non si arriva sempre a vedere i fenomeni nel loro insieme e così i moti degli “Indignati”, che a Roma hanno toccato il culmine, vengono percepiti a se stanti e non quale riflesso immediato di chi, come i giovani, sente realmente stringersi al collo il cappio di una lunga recessione e grida, come può, il suo SOS. Non basta condannare le frange che mimano la lotta armata anche se è importante che questa condanna venga condivisa largamente, senza distinguo. Le prime analisi che fotografano un “set” in nero e composito di un campionario coinvolgente estremisti  di sinistra  e di destra , reduci dalle tifoserie debellate  alla ricerca di cuve sud virtuali, no Tav e no  global, segnano e valorizzano un confine con moltitudini che quel salto hanno fin qui rigettato.

Eppure sbaglieremmo a compiacercene senza qualche riflessione aggiuntiva. In primis se guardiamo in Tv le manifestazioni di Atene ci accorgiamo subito che la violenza contro le misure per ridurre il debito travalica di gran lunga il perimetro che chiamiamo black bloc, ma il cui animus bellicista già in Grecia infetta ben più consistenti strati sociali . Per almeno due motivi: la violenza giovanile è paragonabile alla droga e a guisa di una eroina di pronto uso, esalta e illude chi ha perduto speranza e futuro. Quanti in un prossimo domani si chiederanno: infine perchè non provarla anche noi se ogni altro mezzo risulta inutile? Il secondo motivo sta nella confusione delle idee: alcune buone (come “l’economia della decrescita”) si agglutinano a pericolose indicazioni ( come “Il debito non lo paghiamo” o “Fuori dall’ euro”). Le une e le altre uniscono violenti e non violenti e quando le idee si somigliano può esser facile scivolare dall’ uno all’altro campo. Per questo mi desta qualche perplessità il compiacimento di banchieri e industriali per  gli “Indignati”.

E’ comunque un momento di difficili e impopolari distinguo ma non si deve confondere la comprensione con la condivisione, anche se va ribadito con forza e chiarezza che le generazioni di cui questi giovani sono la combattiva espressione hanno pienamente ragione nel rifiutare qualsiasi responsabilità per la crisi. Eppure sbagliano anch’essi, se oggi, hic et nunc , rifiutano di onorarne per la loro parte il conto. Nell’ arco che andò dalla conclusione del conflitto mondiale, alla Liberazione e alla Ricostruzione (grosso modo dal 1944 al 1950) anche la gioventù di allora incrociò un analogo interrogativo e lo risolse accollandosi la responsabilità delle conseguenze di una guerra perduta, quanto dissennata  nelle sue motivazioni. (…)

Oggi dobbiamo ricordare che il debito pubblico italiano…  Ha cominciato a lievitare negli anni Settanta ma non è il frutto solo di inefficienza, sprechi, costi della politica e ruberie. Un’altra parte è dovuta alla costruzione di un Welfare previdenziale, sanitario, scolastico e quant’altro, propugnato dai grandi partiti di massa e dai sindacati, che ha permesso nell’assieme agli italiani un tenore di vita in certe zone più avanzato, in altre meno, ma sempre paragonabile al resto d’Europa. Solo che altrove è stato pagato da più alta produttività e osservanza fiscale. Da noi ci siamo assicurati il benessere col debito e l’evasione fiscale. (…)

 

L’intero articolo su:

http://rassegna.camera.it/chiosco_new/pagweb/immagineFrame.asp?comeFrom=rassegna&currentArticle=15XV3Y

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