MARCO ZATTERIN
CORRISPONDENTE DA BRUXELLES

Parliamo dell’Italia, commissario. Gli aiuti diretti previsti dalla nuova politica agricola comune europea calano più di quasi tutti gli altri, tre volte la Francia e il doppio della Germania. Per voi, a fine periodo sono 285 milioni in meno. Il gruppo socialista del Parlamento sostiene che sono 10 volte tanti. Cos’è successo? «E’ molto semplice», Dacian Ciolos, responsabile Ue per l’industria verde, 42 anni, romeno, casacca politica popolare. «Il livello di sovvenzione per ettaro da voi è fra i più alti in Europa, supera i 400 euro contro una media di 270 – spiega -. Nel momento in cui è stato deciso di riequilibrare i pagamenti è normale che chi prendeva di più abbia qualcosa in meno e viceversa, no?».

La sua proposta ha scontentato molti. Il governo italiano e le associazioni categoria dicono che è punitiva.
«La decisione di disaccoppiare i pagamenti dalla produzione e dall’intensità delle coltivazioni per passare al criterio territoriale è stata presa nel 2003. L’Italia era presente, non è un rivoluzione che arriva oggi».

Vedersi ridurre i pagamenti non è una bella notizia.
«E’ comprensibile, ma non c’era scelta. Sino al 2003 gli aiuti erano legati alla produzione, col risultato che più si faceva e più si incassava; più si puntava sulle attività sovvenzionate e più si ottenevano sovvenzioni. Si è deciso così di disaccoppiare gli aiuti dal prodotto, adottato un parametro “storico” che ora vogliamo cambiare. L’Europa era consapevole che il vecchio sistema stimolava un’attività che faticava a trovare sbocchi sul mercato, col risultato che i volumi erano artificiosi e i prezzi cadevano. Oggi l’Italia prende i denari sulla base della produzione del 2000-2002, anche se molte realtà sono differenti».

Vuol dire che è la fine di una rendita che non ha più senso?
«Nel 2003 una parte degli agricoltori italiani ha scelto di impegnarsi nelle produzioni più sovvenzionate. Hanno puntato sull’intensità, oltre che sulla qualità. Noi riteniamo che si debba cambiare per una questione di equilibrio europeo. Del resto nessuno aveva mai detto che si trattasse di diritti acquisiti. Vale per l’Italia, come per Olanda e Belgio».

Il ministro Romano ha già definito la sua Pac come «un trionfo del reddito parassitario» visto che un ettaro di brughiera rende come un ettaro di olivi. Le che ne dice?
«Non è così. I pagamenti vengono fatti dagli Stati che li organizzano su base regionale, tenendo conto delle produzioni di qualità e di quelle di interesse pubblico. Esistono ampi margini di flessibilità».

Bisogna però ammettere che lo stivale è lungo e stretto. Non si possono avere le grandi fattorie della Germania Est. Molte produzioni intensive di qualità potrebbe risentirne.
«I prodotti competitivi sono sempre remunerati dal mercato. Se il valore aggiunto è alto esistono numerosi strumenti specifici, come il Programma Qualità, i sostegni alla denominazione geografica, i piani comuni di distribuzione. Ho anche proposto di rivedere la politica di promozione del settore. Il pagamento diretto non è il solo sostegno possibile».

Continua a parlare di riequilibrio. Ne fa una questione di giustizia?
«Credo che sia difficile spiegare a un contribuente italiano che un suo concittadino coltivatore riceve molti soldi oggi solo perché quindici anni il livello di sovvenzione era elevato. Ma anche convincere un agricoltore che comincia una attività che è giusto accettare meno opportunità di uno che nel 2000 aveva una produzione più intensiva. E non è un problema solo nazionale».

Perché?
«Come posso dire un agricoltore lettone che, per la stessa cosa, incassa 87 euro l’ettaro contro gli oltre 400 di un italiano, e solo perché ha un passaporto diverso?. O perché dieci anni fa l’Italia ha scelto di lavorare nei settori più sovvenzionati?».

Governo e produttori italiani risponderebbero sottolineando i costi e le tradizioni differenti. Oltre che un diverso di livello di contribuzione al bilancio Ue.
«La realtà è che difendiamo sempre il passato e, anche se accettiamo politicamente e in principio che una politica pubblica debba evolversi come tutti noi dobbiamo evolverci, al momento dei fatti ci riveliamo più reticenti. Diciamo: “Siamo favorevoli al cambiamento, purché non da noi”».

E’ uno sforzo da 285 milioni, o forse più, ricorda?
«Io chiedo un minimo di solidarietà. Non è una redistribuzione del 20 per cento. In sette anni, non dall’oggi al domani, ci sarà una variazione del 5%. Si può fare, se si crede al bene comune».

 

 

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  CHE cosa vogliono le migliaia di cittadini che da quasi un mese manifestano davanti a Wall Street sollevando un´ondata di protesta che interessa ormai le maggiori città americane? Come leggere questo movimento variegato che non ha leadership, non ha scopi definiti, non si lascia facilmente rubricare da un´etichetta di partito? Ha certo ottenuto l´adesione di alcuni importanti sindacati; ma non è per nulla inquadrabile in un´organizzazione gerarchica e poco inclusiva come il sindacato. Ha certo ottenuto l´adesione di alcuni esponenti democratici di prestigio (e la buona menzione del presidente Obama); ma è critico nei confronti di un partito che non ha dimostrato coraggio di fronte ai repubblicani e attenzione all´impoverimento della società americana. Ma, nonostante questi distinguo rispetto alla politica organizzata, i cittadini che manifestano non sono “mob”, non sono una massa arrabbiata di americani invidiosi dei loro pochi ricchi concittadini, come gridano i repubblicani di “FoxNews”. E non sono neppure una pericolosa espressione di populismo anarchico, teste calde che vogliono, ancora secondo le accuse repubblicane, dividere l´America con la lotta di classe.
In effetti la stessa espressione “populismo” è poco adatta a rappresentare questo nuovo movimento di protesta, che per la radicalità ma anche ragionevolezza degli slogan e dei messaggi assomiglia al movimento per i diritti civili degli anni ´60, quello che ha manifestato contro la guerra in Vietnam, contro la discriminazione razziale e di genere. In quelle lotte vi era il futuro. L´America di oggi è figlia di quel movimento giovanile. Sarà anche questa volta così? Per molti intellettuali e per alcuni commentatori televisivi potrebbe essere così. E quindi, l´espressione populismo (di per sé una categoria fumosa e difficile da tradurre in un concetto chiaro) è ancora meno adatta.
Populista è certamente il movimento del Tea Party, una congerie di molte delle categorie tradizionalmente associabili a questo tipo di movimento, per esempio: anti-intellettualismo o attacco ai “sapientoni” (per dirla con il Senatore Bossi) perché criticano e non si identificano con le opinioni popolari, istintive e radicali; e anti-governo o attacco alle politiche sociali che creano grossa burocrazia e mettono in moto più Stato e quindi un surplus di controllo della sfera economica. Il Tea Party si sente a suo agio con l´agenda repubblicana che da diversi decenni ha dato la sua totale adesione alla dottrina liberista, la quale addossa le responsabilità del declino economico dell´America a chi propone una più giusta distribuzione della ricchezza non a chi l´avversa, nella convinzione che se la natura degli interessi e dell´accumulazione seguisse il suo corso, a beneficiarne sarebbero tutti in proporzione. La retorica cristiana dei talenti e della responsabilità di usarli al meglio dà pathos a questa ideologia anarco-liberista, che si sente autorizzata dal Vangelo a svolgere la sua propaganda contro lo Stato, luogo satanico del potere e contro coloro che pensano di usarlo per una buona causa di giustizia. Dunque, anti-razionalismo, anti-intellettualismo, anti-governo: ecco gli ingredienti del populismo dei Tea Party. Il quale non è soltanto un movimento di protesta, ma è un movimento con un´agenda politica ben precisa, come il Congresso americano uscito dalle ultime elezioni sta dimostrando. Certo, il Tea Party non è unito sotto la guida di un leader carismatico e in questo non è simile ai populismi europei. È federalista come il Paese nel quale è nato, diramato attraverso le chiese evangeliche, riunito sotto i vari predicatori che mettono insieme l´omelia ogni domenica.
Occupy Wall Street non ha nulla di tutto questo. Ed è questa la ragione dell´incredibile attacco dei leader del Tea Party, i quali hanno annusato molto correttamente che questi manifestanti non hanno nulla da spartire con loro. Occupy Wall Street è un movimento spontaneo, e quindi democratico nel senso più elementare del termine, perché ispirato a ideali di auto-governo e di eguaglianza di cittadinanza. Lo slogan “Noi siamo il 99%” non intende fare guerra all´1%, cioè ai miliardari. Non è l´invidia che li guida come ha sostenuto un candidato repubblicano. Lo slogan chiede più semplicemente che chi ha più deve più contribuire anche perché quel di più lo ha in ragione di politiche adottate dai governi americani dalla fine degli anni ´70. Politiche alle quali tutti hanno obbedito e che però hanno favorito non tutti allo stesso modo. E non a causa dei talenti che il Signore distribuisce diversamente, ma di una mirata e sistematica politica della diseguaglianza.
L´equità fiscale non è proprio un obiettivo rivoluzionario. Se così appare è perché le diseguaglianze economiche e sociali sono ormai così radicali da aver dato vita a due popoli, un po´ come nell´antica Atene: anche oggi, gli oligarchi, benché dentro il sistema democratico, scalpitano per avere privilegi e non sottostare alla regola dell´eguaglianza. Occupy Wall Street mette in luce questa antica e sempre nuova lotta tra oligarchia e democrazia. Soprattutto, mostra come la seconda non sia semplicemente una forma di governo, ma anche un ideale, una visione di società che quando le diseguaglianze si radicalizzano, come ora, non riesce più ad avere il consenso di tutti. L´1% simbolico – i super miliardari – sta a significare che alcuni sono fuori dal patto democratico dell´eguaglianza. È questa la radicalità di Occupy Wall Street.
A chi è indirizzata questa radicalità? Qual è la relazione di questo movimento democratico con la democrazia delle istituzioni? Queste domande mettono in luce la crisi profonda di rappresentatività delle istituzioni democratiche. Occupy Wall Street non ha specifici obiettivi se non uno: entrare in comunicazione con coloro che operano nelle istituzioni, i quali hanno da anni spento l´auricolare e sono, come si dice in Italia, auto-referenziali. Dall´interno dei parlamenti non si vuole ascoltare. La scollatura tra dentro e fuori delle istituzioni democratiche è preoccupante e, purtroppo, non è destinata a risanarsi velocemente. Questo movimento chiede dunque una ricostituzione della rappresentanza politica. Sfida gli eletti nel nome dell´autorità dell´ascolto. E ha senso occupare le piazze fisiche, visto che quelle mediatiche sono interessate a mettere una cortina di silenzio sulle opinioni dei cittadini. Se c´è un contributo che Occupy Wall Street può dare è quello di creare un clima politico finalmente di attenzione; di costringere chi si occupa delle politiche nazionali a non girare le spalle a coloro che di quelle politiche devono subire le conseguenze. Si tratta di un richiamo ai principi democratici, dunque: a quella promessa di libertà e giustizia per tutti che è scritta nelle nostre costituzioni.

 pubblicato anche  da “la Repubblica siamo noi”  su :

http://www.legroma.osservatoriodeilaici.com/wpress_it_IT_292XXL/?p=5253

 L’articolo  di   ” la Repubblica” su:

http://rassegna.camera.it/chiosco_new/pagweb/immagineFrame.asp?comeFrom=rassegna&currentArticle=15H78Z

ROMA – Meno risorse dall´Europa all´agricoltura italiana. La proposta di riforma per una nuova Pac – il piano di Politica agricola comune presentato ieri a Bruxelles – contiene una pillola avvelenata per l´Italia. Gli aiuti diretti europei per il periodo 2014-2020 all´agricoltura del nostro Paese, annuncia la Commissione Ue, saranno difatti sforbiciati del 6,9%. Quasi sette punti in sette anni, 287 milioni di euro in meno: dai 4,13 miliardi del 2013 ai 3,84 del 2020. «Una proposta insoddisfacente», per il ministro delle Politiche agricole Romano. Un taglio ingiustificato, pesante e che penalizza fortemente milioni di imprese agricole, replicano tutte le associazioni del settore. «Un grave danno, superiore a quanto prefigurato dal ministro», sottolinea il Pd.
Alla base dei sacrifici, la platea più ampia (il numero dei paesi membri passati da 15 a 27) su cui distribuire la torta dei fondi europei, ora pari a 55 miliardi annui (il 40% del bilancio Ue, lo 0,5% del Pil) e destinati negli anni a scendere. Di qui l´esigenza di un dimagrimento. La ratio dei tagli si basa sui contributi ora percepiti. Laddove questi superano il 90% della media europea, saranno limati, con gradualità, di un terzo. «Una riduzione proporzionale», l´ha definita ieri il commissario Dacian Ciolos. E´ il caso dell´Italia e dell´Olanda (-7% nei sette anni). Ma anche di Francia e Germania (-4%).
Non solo. Nel prossimo settennio – il periodo della nuova Pac – il criterio per calcolare gli aiuti, ora basato sulla produzione storica in almeno 13 paesi e parte del Regno Unito, sarà progressivamente sostituito da un pagamento uniforme per ettaro, valido per tutti i paesi Ue, dai 150 a un massimo di 300 mila euro annui per azienda agricola – anche questa una novità – e in via decrescente. Ovvero: più ettari coltivati, meno fondi. Sul punto è forte la critica italiana. «Non si possono dare gli stessi aiuti a tutti, senza tenere conto della diversità e della qualità della produzione», dice Franco Postorino, Confagricoltura. «Un criterio che non riconosce il valore e la ricchezza dell´agricoltura italiana, una vera assurdità», incalza Giuseppe Politi, presidente Cia (Confederazione italiana agricoltura).
A preoccupare gli operatori italiani è anche un´altra novità introdotta nella proposta di Pac, che verrà analizzata e di certo modificata nei prossimi 18 mesi, fino all´approvazione del Parlamento europeo e dei ministri nazionali entro il 2013. La novità che fa discutere è il greening, ovvero la riserva di almeno il 30% degli aiuti Ue a quelle aziende «che attuano pratiche ecologiche, fra cui diversificazione delle colture, conservazione dei pascoli permanenti e salvaguardia delle aree naturali e del paesaggio». «Gli obblighi ecologici – dice il ministro Romano – comportano nuovi oneri per le imprese e un grande carico burocratico, senza comportare reali benefici per l´ambiente». «Non solo il 30, ma il 100%», invoca al contrario il Wwf che punta a una “Pac verde” e giudica la proposta europea come «molto debole».

Fonte: VALENTINA CONTE – la Repubblica | 

di Eugenio Bruno

«Una decisione corretta». È così che Valerio Onida giudica la decisione del Governo di porre la questione di fiducia dopo lo stop della Camera al rendiconto dello Stato per il 2010. Ma per il costituzionalista milanese ed ex presidente della Consulta quanto avvenuto martedì a Montecitorio non può essere ignorato visto che «i voti negativi sulle leggi di bilancio, vanno intesi come voti di sfiducia anche se formalmente non lo sono».

La Giunta per il regolamento della Camera ha deciso di interrompere l’esame del Ddl con il rendiconto 2010. Condivide questa scelta?
Ho dei dubbi sul fatto che la mancata approvazione dell’articolo 1 di una legge che ha un contenuto meramente ricognitivo come l’approvazione del rendiconto impedisca di approvare il rendiconto stesso. Ma al di là di questo mi sembra evidente il significato politico e politico-costituzionale di quello che è successo: nella storia del parlamentarismo quando non c’era la Costituzione un voto negativo sul bilancio era una tipica manifestazione di sfiducia. Ma poiché in un regime costituzionale il rapporto di fiducia tra Governo e Parlamento è regolato dalla Costituzione ora bisogna seguire la procedura prevista dall’articolo 94. Però, ripeto, il significato politico del’accaduto non può essere ignorato.

Come giudica la decisione del Governo di sottoporsi a un nuovo voto di fiducia?
È corretto che il Governo chieda nuovamente la fiducia. Altrimenti il capo dello Stato avrebbe dovuto chiedere al presidente del Consiglio di farlo.

A questo punto l’unica soluzione è riproporre, ma in forma modificata, un nuovo Ddl con il rendiconto dello Stato. Ma come si fa a modificare un atto che dovrebbe essere soltanto formale?
Tecnicamente il rendiconto non è una legge autorizzativa, è piuttosto una legge ricognitiva. Se ci sono provvedimenti successivi che dipendono da esso c’è un condizionamento. Ma secondo me non ci sarebbero problemi a ripresentarlo nella stessa forma. Il ‘ne bis in idem’ non è un ostacolo, perché bisogna guardare alla sostanza. O il rendiconto è sbagliato, e allora si boccia, o è giusto e allora si può rivotare lo stesso testo. Se il Parlamento dice che il cielo è azzurro, lo è e c’è poco da fare».

-Il Sole 24 Ore- 

ART. 94  della Costituzione  italiana

” Il Governo deve avere la fiducia delle due Camere.

Ciascuna Camera accorda o revoca la fiducia mediante mozione motivata e votata per appello nominale.

Entro  dieci giorni dalla sua formazione il GOverno si presenta alle Camere per ottenerne la fiducia.

Il voto contrario di una o d’entrambe le Camere su una proposta del Governo non importa obbligo di dimissioni.

La mozione di sfiducia deve essere firmata da almeno un decimo dei componenti della Camera e non può essere messa in discussione prima di tre giorni dalla sua presentazione.”

ALTRI PARERI :

Michele  Ainis :

http://www.corriere.it/editoriali/11_ottobre_13/ainis_chirurgia-plastica_414c1c80-f558-11e0-9479-439a0eb41067.shtml

Giovanni Pitruzzella :

http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2011-10-12/riproponibile-fiducia-221414.shtml?uuid=Aa5TNVCE

 

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