26/11/2011a27/11/2011

Libertà e Giustizia
Comunicato stampa


A Perugia la scuola LeG sui temi di bioetica

 

Promuovere una nuova cultura della politica, dibattere i temi fondamentali della democrazia e della cittadinanza, confrontarsi con testimoni privilegiati.

Salute, bioetica e Politica è il titolo della scuola di formazione politica che Libertà e Giustizia organizza a Perugia il 26 e 27 novembre. Nella sede del Centro congressi della città umbra, il senatore Ignazio Marino, il medico di Piegiorgio Welby, Mario Riccio, il costituzionalista Paolo Veronesi, tra gli altri, affronteranno i temi più delicati, quelli che riguardano le questioni eticamente sensibili, che finiscono al centro di scelte politiche. Un fine settimana, con giuristi, medici e studiosi di bioetica per una panoramica dei problemi che riguardano il nascere, il vivere e il morire, e per orientarsi in tematiche di così grande complessità.

   Le iscrizioni sono aperte, sul sito di Libertà e Giustizia, dove pure si trovano tutte le informazioni utili sul programma, sui docenti, la sede e gli orari della scuola. 

   Il metodo didattico privilegia il coinvolgimento diretto degli studenti attraverso seminari, testimonianze qualificate, laboratori e dialogo informale. La Scuola è a numero chiuso e nella selezione dei candidati si privilegiano i giovani, garantendo pari opportunità di accesso alle donne e assicurando un’uniforme rappresentanza delle diverse aree del Paese.

Per ulteriori informazioni: tel 0245491066, o via mail redazione@libertaegiustizia.it

La flessibilità in Europa significa cambiare lavoro, non perderlo.

Cioè salario minimo di disoccupazione e riprofessionalizzazione con corsi di formazione seri e orientati alla politica industriale del paese.
Con questi due strumenti, lo Stato accompagna il lavoratore da un settore in declino ad uno in espansione che ha deciso di sostenere, senza mai lasciarlo solo.
Queste tutele costano, ma si possono trovare i fondi con un serio piano di lotta all’evasione e di tassazione equilibrata dei patrimoni più consistenti.
Ma da questo orecchio il Governo non ci sente.
E pensa invece che flessibilità sia licenziare.
Abbandonando migliaia di lavoratori con le loro famiglie ad una precarietà, che è spesso l’anticamera di nuove povertà.
Questa non è una riforma, ma solo ignobile apologia di precariato.
Massimo Marnetto
Libertà e Giustizia di Roma

da La Repubblica

«Dopo i campi di sterminio, stiamo assistendo allo sterminio dei campi». Parole di Andrea Zanzotto, il grande poeta che ci ha da poco lasciato all´età di 90 anni. È una citazione famosa, che chi si batte contro il consumo di suolo (Stefano Rodotà, Salvatore Settis, Alberto Asor Rosa, Luca Mercalli, Luca Martinelli) giustamente conosce e non esita a utilizzare.

 Mi accodo buon ultimo anch´io, a maggior ragione di fronte a cosa hanno subito la Liguria e la Toscana negli ultimi giorni, senza dimenticare come Roma è andata in tilt una settimana prima a causa di piogge più intense della norma. Sia che si chiami in causa il cambiamento climatico, sia che si accusi l´eccessiva e disordinata cementificazione, più o meno indirettamente dietro a queste sciagure c´è sempre la mano incauta dell´uomo. Perché il cambiamento climatico lo causiamo noi, la cementificazione selvaggia la pratichiamo noi, abusiva o legale che sia. Le connessioni nascoste tra ciò che facciamo e certe loro brutte conseguenze sono sempre meno nascoste. E fanno male in termini di vite umane, territori cancellati, danni ingenti.
Allora, pur se profondamente rattristato dalle ultime alluvioni, voglio dare una buona notizia: domani, a Cassinetta di Lugagnano (MI), ci sarà la prima costituente Assemblea Nazionale del Forum dei Movimenti per la Terra e il Paesaggio. Aderenti da tutta Italia lanceranno la campagna “Salviamo il Paesaggio, Difendiamo i Territori”. Non si può aspettare oltre, urge una mobilitazione. Oggi, dopo quell´insostituibile bene comune qual è l´acqua siamo passati anche alla tutela attiva sul territorio del secondo bene comune irrinunciabile: il suolo fertile. Come il Forum Nazionale dei Movimenti per l´Acqua che ha vinto l´importante battaglia dei referendum nello scorso giugno, anche i movimenti per la terra e il paesaggio hanno deciso di unirsi per agire concretamente, capillarmente sui territori e a livello nazionale. Non è importante dire chi c´è dentro. Anche se le migliaia di aderenti possono vedere sul sito che è il cuore del Forum, www.salviamoilpaesaggio.it, nessuno è qui per fare pubblicità a se stesso o ad altre cause. La bandiera è quella del paesaggio, dei suoli fertili, della loro integrità per rifuggire anche eventi drammatici come quelli liguri. È una bandiera che va al di là di qualsiasi colore o interesse particolare. Migliaia di singoli cittadini, centinaia di organizzazioni nazionali hanno già aderito, stanno nascendo i comitati locali, e chiunque è libero di costituirli.
Chi legge con attenzione i giornali, i più diffusi o quelli più piccoli locali, sa che i temi della difesa del suolo libero dalla cementificazione e la tutela del paesaggio sono tra quelli che stanno più a cuore ai cittadini. Normalmente gli articoli che ne parlano e che appaiono su queste pagine sono quelli che scatenano più e-mail di commento, ma soprattutto segnalazioni di cittadini che si oppongono alla costruzione di una zona industriale in un´area agricola, alla devastazione di tratti di costa, a piani regolatori scellerati, alla rovina per sempre del profilo di meravigliose colline e valli. Le denunce continuano a migliaia in tutto il Paese, dai casi più eclatanti ai piccolissimi scempi che rosicchiano minime porzioni di suolo fertile. Ora finalmente ci sarà un vero strumento per passare all´azione, entriamo nel vivo rispetto a un tema dove l´hanno sempre fatta da padrone grandi speculatori, poteri forti e l´interesse di pochi contro quelli della collettività.
La campagna “Salviamo il Paesaggio, Difendiamo i Territori”, cui è sufficiente aderire on-line, vuole fare da amplificatore per i problemi a livello locale, ma il Forum che la promuove sta lavorando a due importanti progetti, – potenzialmente dirompenti come i referendum sull´acqua – che si lanceranno domani a Cassinetta di Lugagnano. Il primo è la richiesta da parte dei cittadini al proprio Comune di un censimento, sul proprio territorio, di tutti gli edifici pubblici e privati, civili e industriali sfitti, vuoti e inutilizzati. Soltanto prendendo in considerazione le grandi città, negli ultimi dieci anni in Italia si sono costruite 4 milioni di case, mentre pare che ce ne siano almeno 5,2 milioni di vuote. Per non parlare dei capannoni, la cui proliferazione negli ultimi anni insulta anche il più maleducato senso estetico: continuo a vederne di abbandonati ovunque, con striscioni appesi che ne implorano l´affitto. Prima di costruire altro allora capiamo che cosa c´è a disposizione, utilizziamo l´inutilizzato, smettiamola di edificare dove non si può o dove non si dovrebbe, non sacrifichiamo più suolo libero, perché è fondamentale per la nostra agricoltura e il turismo, ma anche per prevenire frane e alluvioni.
Il censimento è una prima mossa, e saranno i comitati locali a pretenderlo, ma poi ci sarà un secondo strumento: il Forum sta lavorando a una legge d´iniziativa popolare per arrivare a una moratoria nazionale al consumo di suolo. La Provincia di Torino ha già fatto una legge di questo tipo, ed è uno degli esempi che cercheremo di seguire, insieme alle legislazioni tedesche e britanniche molto più restrittive delle nostre. Il Comune di Cassinetta di Lugagnano, scelto per la prima Assemblea Nazionale dei Forum per la Terra e per il Paesaggio, è un altro esempio virtuoso perché ha dichiarato il suo territorio “a crescita zero”, come del resto già altri piccoli comuni in Italia (e li volevano cancellare!). Non entrino in fibrillazione quelli del settore edilizio: abbiamo così tante case da ristrutturare, da buttar giù per tirarne su di nuove, di brutte da abbellire, senza contare l´enorme sforzo da fare per migliorare l´efficienza energetica che ci sarà lavoro in abbondanza per tutti nei prossimi anni. Come vediamo, ancora una volta in futuro dovremo privilegiare la qualità rispetto alla quantità, fare lavori migliori che dureranno di più nel tempo e miglioreranno la nostra vita e i luoghi in cui viviamo: c´è meno margine per speculare, ma più possibilità per guadagnarci tutti quanti qualcosa ed evitare catastrofi. Ciò che si spende per riparare a disastri come quello occorso in Liguria – ma che ormai si rincorrono mese dopo mese in ogni parte d´Italia – è di gran lunga più costoso di quanto non spenderemmo mai per un´attenta e corretta gestione del territorio.
Non c´è bisogno di nuove case, non c´è bisogno di nuovi capannoni: è ora di capire che chi li fa li fa soltanto per il proprio tornaconto privato, e intanto distrugge un bene comune. Rispettiamo la proprietà privata, ma il bene comune deve avere la precedenza. Il paesaggio, forse a prima vista meno tangibile dell´acqua, è un bene comune perché tutelandolo si preservano l´ambiente, la sicurezza delle persone, le attività agricole, i suoli, la bellezza. Il privato, fatti salvi i suoi diritti, non può privare il resto della comunità di qualcosa d´insostituibile e di non rinnovabile. Il privato non può privare.

Jeremy Rifkin e il suo nuovo libro: “Solo investendo nella green economy avremo un futuro”.  “Non è l´austerità dei bilanci ad essere sbagliata, ma è la mancanza di un piano di sviluppo a creare problemi. La Germania dimostra che un´altra via è possibile”

Roma. L’ Italia ha tagliato drasticamente i suoi bilanci obbedendo alle disposizioni della finanza internazionale. E adesso che succede? Si sente dire che non è credibile perché non ha i fondi per sostenere la crescita. Ma questo è il comma 22, una via cieca. Non si può pensare di continuare a cancellare posti di lavoro e futuro senza che si moltiplichino moti di rivolta come quelli che stanno prendendo piede in Italia e in Grecia. La Germania ha dimostrato che uno sviluppo diverso è possibile. Perché non seguite quella strada?». Jeremy Rifkin, il presidente della Foundation on Economic Trends, è venuto a Roma per presentare il suo ultimo libro, La terza rivoluzione industriale, edito da Mondadori. L´appuntamento doveva essere un momento di confronto accademico, è diventato parte di un´attualità drammatica.
L´austerità dei bilanci è sbagliata?
«Non è l´austerità ad essere sbagliata, è la mancanza di un piano di sviluppo che crea i problemi. Per uscire dalla crisi ci vuole una visione del futuro. Bisogna comprendere il nesso fra le tre crisi che abbiamo di fronte, quella finanziaria, quella energetica e quella ambientale. Il carbone e il petrolio, che hanno animato la prima e la seconda rivoluzione industriale, sono in fase di esaurimento, un ciclo di crescita che si pensava come inesauribile è finito. E nel frattempo emergono i danni ambientali prodotti dall´uso dei combustibili fossili perché il carbonio, accumulato sotto terra in milioni di anni e rilasciato all´improvviso in atmosfera, sta modificando il clima».
Insomma abbiamo tre crisi invece di una.
«Ma la somma delle tre crisi offre una possibile soluzione. A patto di sostituire la speranza alla paura, di abbandonare la logica dei divieti e di guardare all´obiettivo da raggiungere: far decollare le aziende impegnate nell´edilizia sostenibile, nelle fonti rinnovabili, nelle telecomunicazioni, nella chimica verde, nella logistica a emissioni zero, nell´agricoltura biologica. La difesa dell´ambiente è un formidabile motore di sviluppo e di occupazione, non un peso: in Italia può dare centinaia di migliaia di posti di lavoro».
Eppure in molti, dovendo tagliare le spese, fanno cadere la scure proprio sugli investimenti ambientali: il governo italiano era arrivato a ridurli del 90 per cento.
«Vuol dire tagliare via il futuro, restare impantanati. Bisogna fare il contrario: traghettare l´economia dalla parte del nuovo perché siamo nel mezzo di un passaggio epocale, il salto dalla seconda alla terza rivoluzione industriale. Il nuovo modello si basa su cinque pilastri: le fonti rinnovabili; la trasformazione delle case in centri di produzione di energia grazie alle micro centrali domestiche; l´idrogeno per immagazzinare l´energia fornita dal sole e dal vento durante i momenti di picco; la creazione delle smart grid, che sono l´Internet dell´energia; le auto con la spina. È una rivoluzione che si completerà entro la metà del secolo».
Tempi lunghi, non scoraggiano gli investimenti immediati?
«No, perché il processo è già iniziato e sia i pericoli da evitare che i vantaggi da ottenere sono presenti qui e ora. Dagli anni Settanta a oggi il numero degli uragani più gravi è raddoppiato. E nell´agosto del 2008, per la prima volta da 125 mila anni, si poteva navigare attorno al Polo Nord perché i ghiacci si erano fusi».
E i vantaggi?
«Faccio un paio di esempi. Rendere più efficienti le case negli Stati Uniti costerebbe 100 miliardi di dollari l´anno ma permetterebbe di risparmiare energia per 163 miliardi di dollari l´anno. E la mobilità, nell´era in cui l´attenzione si sposta dalla proprietà all´accesso alle reti, offre analoghe opportunità. Zipcar, la più importante società di car sharing, in un decennio di attività ha aperto migliaia di sedi per mettere le auto condivise a disposizione dei suoi clienti: cresce del 30 per cento l´anno e nel 2009 ha fatturato 130 milioni di dollari».
Non c´è il rischio che questa prospettiva affascini i paesi più industrializzati, mentre gli altri continuano a produrre e inquinare sulla vecchia strada?
«La cronaca ci racconta una storia diversa: in Cina si moltiplicano le battaglie per conquistare uno spazio libero all´interno delle reti globali, in Nord Africa abbiamo visto che dittature brutali sono state rovesciate attraverso il tam tam dei social media. Il potere laterale, cioè il diritto all´accesso alle reti dell´informazione e dell´energia è la nuova frontiera capace di mobilitare la generazione di Internet. Oggi lo scontro non è tra destra e sinistra ma tra un modello accentrato, autoritario e inefficiente e un modello basato sul decentramento, sulla trasparenza e sulla libertà di accesso alle reti».

Il nostro Paese in questi ultimi mesi di crisi ha perso a tal punto credibilità che lo spread dei titoli di Stato italiani rispetto ai bund tedeschi si è spinto molto al di sopra di quello della malconcia  Spagna. (…)  Eppure basterebbe poco per dare a chi ci critica o ci guarda con diffidenza un segnale di reazione e di  progettualità . (…)

Volendo, iniziative per la crescita e riforme importanti si potrebbero decidere rapidamente. Per esempio, già nella sua audizione alle commissioni riunite del Parlamento sulla manovra finanziaria, il 30 agosto scorso, il neo-governatore della Banca d’Italia Ignazio Visco aveva indicato una possibile via per rilanciare lo sviluppo: una riduzione delle aliquote contributive non pensionistiche delle imprese (che diventerebbero così più competitive, con un aumento del Pil stimato intorno al 0,3-0,4%) finanziata con un prelievo sugli immobili.

Ma il governo, che ha basato la sua campagna elettorale  sull’abolizione dell’ Ici, di fronte a una simile opzione è indeciso. (…)

Tuttavia, nonostante il caos politico-istituzionale ci debiliti giorno dopo giorno, il Paese è ben vivo nei suoi punti di forza, come mostra lo straordinario dinamismo dell’ export, con le vendite ai Paesi extra Ue di settembre superiori addirittura del 7,4% al massimo pre-crisi. Persino sulla crescita, la revisione delle serie storiche del Pil italiano operata dall’ Istat, ha alzato la nostra crescita 2010  dall’ 1,3% all’ 1,5%. Dunque, lo scorso anno siamo cresciuti più della Francia. (…)

Sarebbe perciò tempo di far parlare i numeri e i fatti positivi del nostro Paese per riguadagnare la fiducia dei mercati e delle agenzie di rating, per ribattere alle eccessive critiche dei nostri partner europei e per ridurre l’ingiusta pressione sui nostri titoli pubblici e le nostre banche, la cui esposizione in Grecia e negli altri  Pigs è risibile, al contrario  di quella delle banche francesi e tedesche.

Ma la voce politica dell’ Italia, a dispetto di ciò che il Paese reale sta facendo e sopportando in termini di sacrifici è flebile. E senza autorevolezza non si fa buona comunicazione, essenziale  per convincere gli investitori e chi ci giudica. Né si fanno valere adeguatamente gli interessi nazionali nei consessi europei ed internazionali.

 

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26 ottobre 2011-   risposta   di  Corrado Augias  sulla rubrica delle lettere  di “la Repubblica”  “Non ridete delle nostre disgrazie”

 

La risata di Bruxelles resterà agli atti di questa spaventosa stagione. Credo che valga la pena di analizzarla al rallentatore per valutare meglio da dove  venga un gesto che non ha precedenti nella diplomazia europea ed internazionale.

Una giornalista chiede, rivolgendosi in particolare al presidente Sarkozy, se dopo l’incontro con Berlusconi si senta rassicurato dalle garanzie che questi ha offerto  a nome del governo.

Sarkozy non risponde subito, si volge verso la Merkel, volendola tirare dentro, e dice che all’ incontro erano insieme.

Quindi ne cerca lo sguardo già con una smorfia ironica sul viso. La cancelliera si gira verso di lui e i due si aprono ad un sorriso al quale, ecco il dettaglio rivelatore, fa eco la risata sonora dell’ intera sala. A quel punto Sarkozy dà una risposta abile e rivelatrice :”Abbiamo fiducia nel senso di responsabilità dell’ insieme delle istituzioni italiane politiche, finanziarie, economiche”. La giornalista si rivolge allora alla Merkel per chiedere  se in  quell’ “insieme” rientri anche Berlusconi. La risposta, seria, richiama i contatti con il grande Paese italiano e con i suoi rappresentanti.

Lo sgarbo, di questo si è trattato, non riguardava insomma l’Italia, aveva come unico destinatario il  presidente del Consiglio.

Tra le sue cause bisogna mettere in primo luogo il discredito di questo governo, inoltre due precedenti ad personam .

Il gesto che alcuni mesi fa fece Berlusconi accennando a Sarkozy mentre ruotava l’indice sulla tempia per far capire che quello era matto.

L’apprezzamento postribolare sulla Merkel di cui la cancelliera è certamente stata informata e che qui, per decenza, ometto.

Si rinfoderi quindi l’indignazione nazionale riservandola per occasioni più degne. L’Italia c’entra poco nell’ umiliante risata di Bruxelles.

 

Le risatine ostentate di Merkel e Sarkozy, come l’ilarità complice dei giornalisti presenti, dovrebbero aver aperto gli occhi anche a quella parte di opinione pubblica più pervicacemente berlusconiana. Che oggi dovrebbe ragionare così: se il mondo ride di noi è inutile discutere su chi abbia torto e chi ragione, non resta che prenderne atto e cercare di risalire la china. Zapatero (di cui nessuno rideva ma che veniva comunque considerato responsabile dei guai spagnoli) lo ha fatto. Perché non dovremmo farlo anche noi? E qui arriviamo al punto dolente.
La società politica di centro destra non ha nessuna intenzione di prendere atto della realtà. Berlusconi ha le sue ragioni, che sono in parte quelle espresse ruvidamente da Di Pietro, “deve scegliere tra Palazzo Chigi e San Vittore”, e in parte legate alla sua egolatria patologica. Gli altri, dirigenti o peones che siano, non vedono futuro per se stessi al di fuori dello status quo. Di qui la resistenza a oltranza, la ricerca di scuse sempre meno credibili, lo scaricabarile continuo.
La società dei cittadini elettori è invece sempre più disillusa e sfiduciata. La maggioranza vorrebbe liberarsi di questo governo, ma stenta a coagularsi attorno ad un’ipotesi alternativa. In proposito, l’ultima “mappa” elaborata da Ilvo Diamanti per Repubblica è illuminante. Il centro sinistra, se si votasse oggi, vincerebbe sempre e comunque, sia con la formula Pd-Idv-Sel, sia alleandosi con Casini.
E l’asse Pdl-Lega perderebbe sia da solo che insieme al Terzo polo. Sembrerebbe un’indicazione chiara, ma non lo è. Perché se si va a guardare all’interno degli schieramenti si vedono dati sorprendenti. Il Pdl è in lieve crescita, mentre la Lega perde nettamente. Il Pd è in lieve calo, come Vendola e Di Pietro. Crescono, sia pure di poco, solo Udc e Fli mentre Grillo avanza un po’ di più, ma sempre meno di un punto percentuale. Nella graduatoria dei leader si nota che sono tutti in calo, Grillo compreso, ma la performance negativa più evidente è quella di Vendola. Forse aumenta ancora l’area grigia di incerti e astensionisti? Niente affatto: quell’area è invece in netta diminuzione. C’è da farsi venire il mal di testa.
Certo questo è il risultato della sfiducia che investe tutta la classe politica. Ma questa sfiducia non nasce dal nulla. Per il centro destra deriva dalla sua evidente incapacità ad affrontare i problemi, un’incapacità che il culto per la persona del premier non riesce più a bilanciare. Il centro sinistra, invece, paga la sua persistente rissosità, per la quale se uno avanza una proposta c’è subito un altro che si alza a contestarla. Oppure, quando si parla di alleanze, ci si accapiglia sui confini da stabilire per vietare l’ingresso a questo o a quello. La controprova dell’inadeguatezza dei due schieramenti è nel fatto che il terzo polo cresce se è da solo, mentre cala se si allea con l’uno o con l’altro.
Una situazione tanto paradossale potrebbe essere oggetto di curiosa indagine per politologi se non fosse che la casa brucia ed è urgente spegnere l’incendio. A questo compito dovrebbero essere chiamati tutti, tranne, ovviamente, l’incendiario. In Spagna hanno fatto così, e stanno riuscendo nell’intento. Noi no, noi siamo fermi agli scambi di improperi, tra avversari ma soprattutto tra compagni di banco.
Ha ragione Eugenio Scalfari nel richiamare alla memoria il disegno moroteo dell’unità nazionale, volto a disegnare una geografia politica sana, dove l’alternanza tra forze diverse potesse avvenire senza traumi e in un quadro istituzionale condiviso. Ma per imboccare quella strada, che pure l’emergenza economica indicherebbe come l’unica percorribile, ci vuole una presa di coscienza di cui al momento non si vedono tracce. Può accadere che la Lega, davanti all’ultimatum europeo e alla consapevolezza del suo declino, si decida a staccare la spina al governo. Ed è possibile che la crisi dia ai partiti la spinta che serve per inventare una soluzione e ritrovare il loro ruolo. Del resto, tutto è meglio dell’attuale pantano. Ma è impossibile fare previsioni, perché ormai la logica è stata espulsa dalla politica. E l’irrazionalità è sempre una pessima maestra.

http://www.libertaegiustizia.it/2011/10/24/quando-la-casa-brucia/

(…)

Non si arriva sempre a vedere i fenomeni nel loro insieme e così i moti degli “Indignati”, che a Roma hanno toccato il culmine, vengono percepiti a se stanti e non quale riflesso immediato di chi, come i giovani, sente realmente stringersi al collo il cappio di una lunga recessione e grida, come può, il suo SOS. Non basta condannare le frange che mimano la lotta armata anche se è importante che questa condanna venga condivisa largamente, senza distinguo. Le prime analisi che fotografano un “set” in nero e composito di un campionario coinvolgente estremisti  di sinistra  e di destra , reduci dalle tifoserie debellate  alla ricerca di cuve sud virtuali, no Tav e no  global, segnano e valorizzano un confine con moltitudini che quel salto hanno fin qui rigettato.

Eppure sbaglieremmo a compiacercene senza qualche riflessione aggiuntiva. In primis se guardiamo in Tv le manifestazioni di Atene ci accorgiamo subito che la violenza contro le misure per ridurre il debito travalica di gran lunga il perimetro che chiamiamo black bloc, ma il cui animus bellicista già in Grecia infetta ben più consistenti strati sociali . Per almeno due motivi: la violenza giovanile è paragonabile alla droga e a guisa di una eroina di pronto uso, esalta e illude chi ha perduto speranza e futuro. Quanti in un prossimo domani si chiederanno: infine perchè non provarla anche noi se ogni altro mezzo risulta inutile? Il secondo motivo sta nella confusione delle idee: alcune buone (come “l’economia della decrescita”) si agglutinano a pericolose indicazioni ( come “Il debito non lo paghiamo” o “Fuori dall’ euro”). Le une e le altre uniscono violenti e non violenti e quando le idee si somigliano può esser facile scivolare dall’ uno all’altro campo. Per questo mi desta qualche perplessità il compiacimento di banchieri e industriali per  gli “Indignati”.

E’ comunque un momento di difficili e impopolari distinguo ma non si deve confondere la comprensione con la condivisione, anche se va ribadito con forza e chiarezza che le generazioni di cui questi giovani sono la combattiva espressione hanno pienamente ragione nel rifiutare qualsiasi responsabilità per la crisi. Eppure sbagliano anch’essi, se oggi, hic et nunc , rifiutano di onorarne per la loro parte il conto. Nell’ arco che andò dalla conclusione del conflitto mondiale, alla Liberazione e alla Ricostruzione (grosso modo dal 1944 al 1950) anche la gioventù di allora incrociò un analogo interrogativo e lo risolse accollandosi la responsabilità delle conseguenze di una guerra perduta, quanto dissennata  nelle sue motivazioni. (…)

Oggi dobbiamo ricordare che il debito pubblico italiano…  Ha cominciato a lievitare negli anni Settanta ma non è il frutto solo di inefficienza, sprechi, costi della politica e ruberie. Un’altra parte è dovuta alla costruzione di un Welfare previdenziale, sanitario, scolastico e quant’altro, propugnato dai grandi partiti di massa e dai sindacati, che ha permesso nell’assieme agli italiani un tenore di vita in certe zone più avanzato, in altre meno, ma sempre paragonabile al resto d’Europa. Solo che altrove è stato pagato da più alta produttività e osservanza fiscale. Da noi ci siamo assicurati il benessere col debito e l’evasione fiscale. (…)

 

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Y

Chi ci toglie i nostri debiti, ci toglie  la nostra sovranità.

Il concetto è semplice, eppure non sembra chiaro a Berlusconi e Tremonti, che invece confidano – senza fretta – sull’acquisto dei nostri Bot.da parte della BCE.
Ma questo intervento, ormai agli sgoccioli,  porta dritti dritti al commissariamento economico dell’Italia.
Reso ormai   evidente dai richiami all’adozione di “provvedimenti strutturali”,  formulati  con  il tono sempre meno diplomatico del creditore spazientito. Un’intrusione nella politica economica di un paese, che nessuno  Stato  sovrano consentirebbe.
E’ urgente e dignitoso realizzare  misure serie ed eque.
Partendo dal ripristino  dell’ICI per i possessori dei grandi patrimoni, proprio come aveva fatto il Governo Prodi.
Un brutto rospo per Berlusconi.
Perché è la stessa imposta che ha buttato in pasto ai suoi elettori in cambio della vittoria alle politiche, trattandoli da bambini viziati, attratti più da un gelato, che dalle vitamine.

Massimo Marnetto
Libertà e Giustizia di Roma

Il “risveglio di Todi” della gerarchia ecclesiastica italiana non basta.

Senza un’autentica autocritica per il sostegno offerto a Berlusconi nella sua ascesa, ogni presa di posizione – oggi- sa di opportunistico abbandono del cavaliere declinante.

Lo stesso da cui il “Ruinismo” ha accettato a piene mani privilegi, in cambio di generose “contestualizzazioni” elargite da  mediocri prelati.
Da credente, chiedo coerenza.
Nel giorno in cui l’ennesimo prete è stato ammazzato per la sua ostinata fedeltà  ai poveri lontani.
E la Caritas allarga la sua mensa all’aumento dei poveri vicini.
So che adesso serve anche il “pacchetto voti” dei cattolici della domenica per liberare il Paese dal premier black bloc, che sogna di devastare  il tribunale di Milano e la sede di Repubblica.
Ma aiutiamo la CEI – appesantita da troppe modeste presenze – a ritornare dalla parte di chi ha “sete di giustizia”, con la ferma esigenza della base.
Massimo Marnetto
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