di Massimo Marnetto

“C’è gente che ha scontato mesi di carcere e poi viene mandato qui… per essere identificato! Ma scherziamo?” Furio Colombo manifesta tutta la sua indignazione, quando la delegazione di parlamentari esce dal Centro, ma gli altri (Pardi, Sarubbi, Turco, Villecco e Vita) non sono da meno. E’ la Villecco a dare le prime informazioni. “La situazione, nonostante l’impegno degli operatori, è di grande confusione perché è questa normativa ad essere repressiva, con l’aggravante di abbattersi su persone che non hanno nessuno a cui chiedere aiuto e “trattenute” in una condizione di isolamento maggiore di quanto avviene nelle carceri”. “Ci hanno riempito di lettere – fa la Turco mostrando fogli piene di date, spiegazioni, implorazioni – perché si sentono abbandonati. E noi siamo qui, insieme a voi, perché questa vergogna si sappia”. “Il problema più serio è la mancanza di un’assistenza legale vera – sottolinea Sarubbi – e noi chiederemo ad avvocati motivati di darci un po’ del loro tempo per aiutare chi non ha nulla”. Ma perché – chiediamo – la stampa è considerata un “ingombro” dal Ministro Maroni? “Loro dicono che queste sono le disposizioni a cui devono attenersi – fa Pardi – ma voi potete chiedere un permesso di accesso direttamente al Prefetto, che non lo potrà negare”. E le donne? fa Gabriella Guido di Primo Marzo, organizzatrice con la FNSI, Articol 21 ed altre associazioni del presidio. Vorrebbe rispondere la Villecco, ma Colombo è un fiume in piena. “Stanno male. Molte sono state letteralmente deportate dai luoghi dove vivevano, lavoravano, pagavano i contributi. C’è una donna che da Napoli è finita qui e non sa perché”. “Questo Governo ha completamente sottovalutato la portata del problema – dice Vita – e già che ci siamo, sia ben chiaro che l’ipotesi Maroni capo di un esecutivo d’emergenza è irricevibile”. Siamo stati più di tre ore sotto il sole davanti all’ingresso sbarrato a gesticolare con i migranti sui tetti, che urlavano “libertà” e agitavano le braaccia per salutarci. Un cronista riesce anche a farsi comunicare con le dita il numero del cellulare di migrante e a intervistarlo col telefonino. Ci salutano dal tetto. Li salutiamo. L’incontro è finito. L’impegno continua.

Caro Renzi,

come sindaco (anche se non della mia città) dovrei darti del Lei, come fondatore e iscritto del PD, che se non erro dovrebbe essere anche il tuo partito, anche se spesso non pare proprio, mi permetto di darti del tu.
Se in un’organizzazione, privata o pubblica che sia, continua a esserci qualche Fantozzi, la colpa è sempre nel manico. Se poi sono tutti Fantozzi, allora il problema è proprio il manico. E il manico, nella fattispecie, sei tu, perché come sindaco di Firenze sei il capo di tutti i dipendenti del Comune, fino all’ultimo degli uscieri.
Certamente ci sarà,come in tutte le organizzazioni, qualche “lavativo” o qualche “imbranato” anche nel Comune di Firenze. Sta al capo individuarli e trovare le appropriate azioni correttive. Non si è mai visto un vero capo che spara a zero, in maniera indiscriminata su tutti i suoi collaboratori, diretti e, tanto meno, indiretti. O meglio, abbiamo imparato a conoscerne uno che ha sempre scaricato la colpa dei suoi insuccessi sui suoi. Fa il Presidente del Consiglio. Abbiamo forse scoperto un’affinità elettiva?
Con cordiali saluti.

Ing. Ferdinando Longoni
Fondatore e iscritto al PD
Dirigente industriale in pensione

lunedì 25 luglio – ore 11,00 - 

CIE di Ponte Galeria (RM)

Lunedì andremo in tanti davanti ai  CIE, i Centri di Identificazione ed Espulsione.

Ognuno in quello più vicino (per Roma, Ponte Galeria)

Perché chi sta qui dentro è colpevole solo del reato di fuga non autorizzata dalla miseria.

Un inferno dove puoi  marcire per 18 mesi, così ti passa la voglia di scappare dalle carestie. 

Niente avvocati, niente giornalisti, nessun contatto con l’esterno, perché il Governo  non vuole che l’opinione pubblica sappia di quanta disumanità è capace la destra leghista. 

Allora tocca a noi esserci, dare voce a chi non ce l’ha.

Ci vediamo a Ponte Galeria (si arriva anche con il trenino per Fiumicino)

Massimo Marnetto

Libertà e Giustizia di Roma

Comitato promotore:

FNSI, ORDINE DEI GIORNALISTI, Art. 21, ASGI, PRIMO MARZO, OPEN SOCIETY FOUNDATION, EUROPEAN ALTERNATIVES e i Parlamentari Jean Leonard Touadi, Rosa Villecco Calipari, Savino Pezzotta , Livia Turco, Fabio Granata, Giuseppe Giulietti, Furio Colombo, Francesco Pardi.

Adesione fin qui ricevute:

ANSI, CGIL, ACLI, ARCI, MIGREUROP, AMSI, COMAI, LIBERTA’ E GIUSTIZIA, FCEI, , FORUM IMMIGRAZIONE PD NAZIONALE, CIR, TERRE DES HOMMES, Ass. Nazionale GIURISTI DEMOCRATICI, LIBERAL, LIBERAZIONE, L‘UNITA’, IL MANIFESTO, LiBERACITTADINANZA, LOOKOUT.TV, LEFT, AVVENIRE, MOVEON, POPOLO VIOLA, ANTIGONE LOMBARDIA, RIFONDAZIONE COMUNISTA, Gruppo al Consiglio Regionale del Lazio della Federazione della Sinistra, Gruppo al Consiglio Regionale del Friuli Venezia Giulia di Rifondazione Comunista, Rete Immigrati Autorganizzati Milano.

Parlamentari ad oggi confermati che parteciperanno all’iniziativa:

Touadì (PD), Villecco Calipari (PD), Turco (PD), Colombo (PD), Gozi (PD), Sarubbi (PD), Pardi (IDV), Zampa (PD), Monai(IDV), Strizzolo (PD), Rossomando (PD), Marcenaro (PD), Messina (IDV), Pezzotta (UDC), Fiano (PD), Pes (PD), Di Stanislao (IDV), Formisano (UDC), Perduca (RADICALI) , Orlando (IDV), Luongo (PD), Giambrone (IDV), Granata (FLI), Ginefra (PD).

Presso i centri dislocati in:

Roma, Bologna, Modena, Gradisca, Torino, Milano, Bari, Cagliari, Santa Maria Capua Vetere, Trapani, Catania, Lampedusa, Porto Empedocle.

INFO:

Gabriella Guido – Rete PRIMO MARZO – ggabrielle65@yahoo.it – 329.8113338 

Renzo Santelli – FNSI – renzo.santelli@fnsi.it – 335.5325534

di Gad Lerner

La mazzata che si abbatte su Filippo Penati, il più influente fra i dirigenti del Pd milanese, segna un brusco risveglio dall’illusione che la vittoria elettorale del centrosinistra, e il lusinghiero risultato conseguito dal suo partito maggiore, potessero esentarlo dal fare i conti con la stagione della malapolitica. Il groviglio rimosso delle scelte sbagliate che troppo a lungo favorirono il predominio della destra nordista, ora è avvelenato dal dubbio giudiziario. Il ciclo storico della deindustrializzazione, quando gli immobiliaristi si imposero come potenze fameliche intorno alle aree degli stabilimenti svuotati, ha forse trascinato anche una sinistra indebolita nelle dinamiche del consociativismo e dell’affarismo?
E’ questa la domanda scomoda cui dovrà rispondere l’indagine della Procura di Monza per corruzione, concussione e finanziamento illecito dei partiti. Si ipotizzano quattro miliardi di tangenti (promesse o riscosse, non è chiaro) intorno all’ex stabilimento Falck di Sesto San Giovanni, negli anni in cui Penati era sindaco di quella città simbolo del movimento operaio. Prima di diventare segretario dei post-comunisti ambrosiani; poi ancora presidente della Provincia di Milano; e infine coordinatore della segreteria di Bersani.
Penati era già reduce da una bruciante sconfitta politica nelle primarie del centrosinistra milanese del novembre 2010, quando Giuliano Pisapia distaccò nettamente il candidato prescelto dal partito in base alla logica anacronistica del moderatismo: secondo cui una società immaginata congenitamente di destra mai avrebbe votato un sindaco dal netto profilo alternativo. Fu allora che Penati decise di lasciare l’incarico romano per fare ritorno al partito lombardo, su cui manteneva l’egemonia, forse nell’inconfessabile convinzione che Pisapia non ce l’avrebbe potuta fare.
Dirigente di vecchia scuola amendoliana, a lui era toccato il compito ingrato di confrontarsi non solo con la spregiudicatezza dei vari clan destrorsi, ma anche con la parabola disastrosa degli immobiliaristi e della finanza accorsa al loro capezzale quando si ritrovarono sommersi dai debiti. In tale contesto avverso, il professionista di una politica ridotta alla minorità ha sempre preferito “realisticamente” l’incontro allo scontro. Nessuno ha mai potuto dubitare della sua rettitudine. Di lui, uomo sobrio e gentile, tutto si può dire tranne che sia un rampante. Ma certo ha privilegiato la tattica rispetto alla strategia, gli interessi ai valori. Fino a meritarsi l’epiteto di “leghista di sinistra” per l’intima convinzione che fosse necessario assecondare gli umori popolari contro i rom e gli immigrati. Forse il più grave dei suoi errori: perché la visione distorta di una società assoggettata alla paura, ha impedito al Pd, troppo a lungo, di riconoscere i soggetti nascenti dell’opposizione al berlusconismo.
Naturalmente spetta alla magistratura verificare se l’eccesso di realismo e la subalternità ai disvalori della destra si siano tradotti pure in comportamenti illeciti. Stiamo parlando di vicende risalenti al decennio scorso. Nel frattempo l’area Falck, per cui il comune di Sesto San Giovanni ha rilasciato le concessioni entrate nel mirino degli inquirenti, ha conosciuto intricati passaggi proprietari. Suscitano forti appetiti, ma hanno contribuito a rovinose cadute, come quella di Luigi Zunino, sempre col paracadute delle banche che si accollano miliardi di debiti. Ormai non si sa più chi è il più debole fra i politici che disegnano i piani regolatori, i finanzieri spregiudicati che li contrattano e i superbanchieri che cercano di tappare i buchi. Come dimostrano le vicende parallele di don Verzè e di Salvatore Ligresti, fino a ieri percepiti come intoccabili, è un intero sistema che sembra prossimo a crollare. Non stupisce che trascini con sé settori trasversali della politica, ridotti in questa vicenda al mero ruolo di comparse.
Al di là delle responsabilità personali di Filippo Penati e degli altri indagati, è evidente che il Partito democratico è chiamato sul piano nazionale a fare i conti con l’idea malsana che la sua sopravvivenza politica necessitasse di una partecipazione corriva agli scambi interni dell’establishment. Non può passare in cavalleria la vicenda scandalosa dell’Enac, la società pubblica del trasporto aereo nel cui Cda sedeva –come se fosse normale- il responsabile di settore del partito. Che per giunta ora ha ammesso di avere percepito una tangente. Lo stesso vale per i procacciatori di finanziamenti della Fondazione Italianieuropei, della quale si ricorda un convegno sul sistema bancario, convocato proprio a Sesto San Giovanni, in cui sedeva tra gli ospiti più omaggiati Cesare Geronzi.
Il gruppo dirigente del Pd, a cominciare dal segretario Bersani, non possono attendere le risultanze delle inchieste giudiziarie per provvedere a un’autoriforma severa delle pratiche relazionali improprie. Gli errori di linea politica compiuti a Milano, prima che dall’esterno del partito giungesse salvifico il vento del cambiamento, non sono certo un episodio isolato. Serve un pubblico discorso di verità, pena la rivolta dei cittadini che aspirano a una politica davvero democratica per risollevare il paese precipitato in un baratro economico e morale.
Quanto a Filippo Penati, deve spiegare al più presto, con la massima trasparenza e senza attendere le contestazioni dei magistrati, il suo operato al tempo in cui era sindaco di Sesto San Giovanni e gestiva la destinazione delle aree industriali dismesse. Lo deve alla sua biografia, lo deve al partito in cui Bersani gli assegnò incarichi di direzione nazionale, lo deve alla cittadinanza nauseata dal malgoverno affaristico del centrodestra lombardo. Comprendo che ciò possa risultargli doloroso, ma la sua stessa sensibilità credo dovrebbe indurre Penati a lasciare -in attesa di un chiarimento definitivo- l’incarico istituzionale di vicepresidente del Consiglio regionale lombardo.

www.gadlerner.it

Il presidente emerito della Corte Costituzionale Gustavo Zagrebelsky, che nel giugno del 2010 era stato promotore per Libertà e Giustizia dell’appello “Mai più alle urne con questa legge elettorale”, interviene nel dibattito attuale mostrando tutti i rischi collegati a una soluzione referendaria della cancellazione del Porcellum. Zagrebelsky insiste con una sorta di appello al Parlamento nella soluzione di una semplice legge di due articoli, che cancelli il Porcellum e ripristini il Mattarellum. Tra le altre cose, l’ex presidente sottolinea la preoccupazione di un caos costituzionale collegato alla possibilità che più di due ipotesi referendarie ottengano la maggioranza dei voti. Vede nel provvisorio ritorno al Mattarellum anche l’occasione di ovviare al distacco tra elettori e partiti, “come cittadini elettori, non siamo più disposti a sostenere il ruolo di portatori d’acqua nell’interesse di burocrazie di partiti che usano i posti dei rappresentanti dei cittadini in Parlamento come loro proprietà, per distribuire favori, per ricompensare d’altri favori, per assicurarsi la fedeltà di clienti. Non siamo più disposti a collaborare a tenere in piedi un sistema politico fatto di clientele che si avvolgono e attorcigliano in giri di potere che sempre più spesso – come veniamo a sapere, ormai neppure più sorprendendocene, giorno dopo giorno – operano oltre i confini della legalità“.
Chiede, dunque, ai parlamentari una estrema prova di responsabilità.

FIRMA L’APPELLO

Siena, le iniziative dopo l´assemblea: non ci fermiamo.

SIENA – Adesso che il Prato di Sant´Agostino è vuoto, gli addetti ai lavori stanno smontando il palco e i palloncini rosa di «Se non ora, quando?» si afflosciano sotto il sole, è tempo di bilanci: «A Siena è nato un nuovo movimento delle donne» assicura Francesca Comencini, regista, autrice teatrale. Un risveglio. «Non è un partito, ma una rete organizzata fatta di tante voci anche diverse e dissonanti che camminano nella stessa direzione» aggiunge Serena Sapegno, docente di Letteratura italiana e di Studi di genere alla Sapienza di Roma. Certo qualcosa di diverso questa assemblea di Siena la consegna, se con Rosy Bindi in prima fila e molte altre parlamentari sparse in platea, le conclusioni – complice un lieve malore che ha colto Cristina Comencini – sono affidate a una docente universitaria e alla confessione quasi generazionale di una ragazza di 26 anni, dottoranda di Filosofia politica, Carla Fronteddu: «Io non sapevo cosa significava stare dentro un movimento, ma è bellissimo. Al contrario delle donne che hanno vissuto il femminismo degli Anni Settanta, io e le mie coetanee siamo cresciute nel vuoto dei movimenti, dentro una società fortemente individualista che non ci ha insegnato a declinare il senso della parola “noi”».
Nella geografia di Snoq, acronimo di «Se non ora, quando?», un elemento importante sarà la delocalizzazione: devono prendere forza e moltiplicarsi i comitati sul territorio (sono 120 quelli censiti fin qui). «Dobbiamo raggiungere le periferie, le donne dei piccoli paesi non per reclutarle, né per educarle, ma perché abbiamo bisogno di competenze e culture, di tutte le culture» dice ancora Serena Sapegno. Il movimento rivendica la propria autonomia dalle targhe e dai partiti: «Ma attenzione qui non c´è traccia di antipolitica – precisa Flavia Perina di Futuro e Libertà – Snoq è un soggetto politico e si rivolge alla politica perché ne vuole determinarne le scelte. Non siamo un girotondo». I temi sul tappeto sono tanti a cominciare dai rischi della manovra finanziaria che, «in un Paese come il nostro, con un welfare inadeguato, aggrava la situazione, colpendo soprattutto le donne e scaricando su di loro i costi della crisi». Da qui la richiesta della maternità come diritto a carico della fiscalità generale e il congedo della paternità obbligatorio. Senza dimenticare che i tagli al welfare costringono le donne a supplire con la loro attività di cura ai servizi e all´assistenza negata.
In due giorni, davanti a una platea affollata che ha ascoltato tutti gli interventi, sfidando il termometro sopra i 35 gradi, si sono alternate al microfono un´ottantina di donne con la regola inflessibile dei tre minuti, valida per tutti. «Questa regola è stata proposta dalle più giovani – rivela Ilaria Ravarino, 34 anni, romana – forse è dettata dai tempi di attenzione di chi è abituato alla Rete». Il movimento ai ritmi di Internet, ma anche il movimento che vuole ascoltare e dare spazio al maggior numero di voci. In duemila sono arrivate a Siena e chi non ha trovato spazio al microfono si è messa davanti a una webcam per registrare un pensiero, una riflessione, una proposta da postare. Perché «Se non ora, quando?» prosegue già su Facebook e sui blog.

la Repubblica- 11 luglio 2011

Il diritto d’autore è un pretesto per controllare la rete, l’unico mezzo fuori dalla portata del miliardario.

E’ questo il concetto emerso ieri – nella “Notte per la libertà del web” dove esperti, artisti, blogger, associazioni, politici e semplici cittadini hanno discusso su come contrastare il pericolo che l’AgCom adotti una decisione illegale di controllo della rete.
Con oltre 200.000 firme della petizione anti-AgCom, 100.000 contatti in rete e una media di oltre 3000 collegamenti attivi, l’iniziativa ha avuto un successo clamoroso.
Ma soprattutto ha chiarito a tutti noi che è iniziata  una battaglia lunga e impegnativa, perché questo governo è “televisivo” e non concepisce l’interazione della rete.
Ed è come se  il capo del governo parlasse dal balcone, mentre nella piazza le persone iniziano a discutere tra loro.
Inammissibile per la sua arroganza, ossigeno per la nostra democrazia.
La tv è uno strumento verticale, gerarchico, passivizzante; il web è un mezzo  orizzontale, addensante, interattivo.
Per questo fa paura.
Per questo va difeso.
Massimo Marnetto
Libertà e Giustizia di Roma
© 2012 Circolo di Roma Suffusion theme by Sayontan Sinha