
Associazione Professionale Qualificata per la Formazione Docenti D.M.1772000 Prot. N.2382/L/3-23
Mentre siamo alle prese con problemi -questi sì epocali e tali da incidere pesantemente sulla vita di tutti, dal lavoro all’economia, dalla qualità del rapporto con le giovani generazioni private del loro futuro alla nostra immagine sulla scena europea e internazionale- in un crescendo rossiniano, continua l’attacco alla scuola pubblica. A dividersi la scena sono ora i libri di testo e gli insegnanti.
L’accusa ai testi scolastici è di proporre una versione di stampo eversivo, in particolare della storia patria. La soluzione sarebbe l’istituzione di una Commissione parlamentare che garantisca la loro oggettività e scovi quelli colpevoli di una parzialità che “getta fango su Berlusconi”. Va in questa direzione il Progetto di Legge Carlucci, firmato da 18 parlamentari del PDL, con allegato l’elenco dei libri incriminati e relativi passaggi messi all’indice del pubblico ludibrio.
Ci sarebbe di che allibire, ma ormai anche questo sta diventando difficile.
Per quanto si riferisce agli insegnanti, torna l’accusa, già prospettata il mese scorso in occasione del congresso dei cristiano-riformisti, di inculcare negli studenti ideologie e valori diversi da quelli della famiglia. Questa volta il contesto è l’incontro dell’Associazione Nazionale delle Mamme, il che ha comportato anche un melenso peana sul valore delle donne-mamme, ministre-mamme comprese, “più brave in tutto” secondo uno stereotipo nostrano che convive serenamente con una realtà che continua ad essere fatta da donne portatrici d’acqua escluse dal potere effettivo.
Sicuramente in queste esternazioni si va ben oltre gli obiettivi proposti. Certo non si sta parlando dell’insegnamento della storia: chi può pensare che sia possibile ridurla a un neutro resoconto cronachistico degli eventi? Siamo sempre di fronte a narrazioni del passato, la cui attendibilità rinvia ad altri elementi, ad esempio al rigore e alla completezza delle fonti cui ci si rifà, che devono essere verificabili da chiunque. Ma temiamo che questi aspetti non interessino molto chi ha sollevato la polemica. Né si parla degli storici, ai quali non si può chiedere di schierarsi pregiudizialmente e fa davvero male vederli sul banco degli imputati, accusati in base alla loro funzionalità alla politica e al potere attualmente in auge. Non ci piace proprio che si entri nel merito di quanto i giudizi di Franco Della Peruta rispondano di una presunta “verità storica”: conta la correttezza delle sue argomentazioni, la sua credibilità di studioso, quell’onestà intellettuale che tale rimane anche quando altri studiosi arrivano a conclusioni diverse.
E allora ci chiediamo se ad essere sotto accusa non sia piuttosto tutta la scuola pubblica, così poco funzionale ad educare consumatori e a trasmettere una cultura che non sia indottrinamento a maggior gloria del potere. Al di là dell’apparente casualità di queste esternazioni, non si può più dubitare che tanta insistenza sulla scuola la indichi come un potente ostacolo nel piano, che sta così a cuore a chi ci governa, di liquidazione del sistema pubblico che passa anche attraverso la delegittimazione e l’intimidazione dei suoi professionisti.
Al centro della polemica è il ruolo che si attribuisce alla scuola pubblica.
E’ una scelta di fondo tra due alternative: da un lato ci si rifà a una scuola che persegue obiettivi di innalzamento dei livelli di cultura e di formazione che sono alla base dell’esercizio della cittadinanza e attraverso la rimozione degli ostacoli rende praticabile senza discriminazioni il diritto all’istruzione di cui parla la Costituzione. In questa prospettiva, il problema non è se i valori e le ideologie che la scuola inculca negli studenti sono diversi da quelli delle famiglie, ma il fatto che la scuola non deve inculcare proprio nulla. Educare è far crescere, sviluppare il senso dell’appartenenza a una comunità che si riconosce in determinati valori espressi nella carta costituzionale e che non sono ideologie ma assi d’orientamento della convivenza civile e il cui valore principale consiste nell’essere conosciuti e accettati in maniera consapevole.
Dall’altro lato c’è una scuola in cui è lecito indottrinare gli studenti, purché i valori di riferimento siano gli stessi della famiglia. Questo è particolarmente grave perché non parliamo di scuole private –per definizione parziali, rivolte a chi le sceglie perché si riconosce nel loro cartello valoriale e religioso- ma di scuola pubblica e allora dovrebbero esserci dei valori omologati, semplificati, definiti una volta per tutte che solo i regimi possono permettersi. Si sente come pericoloso il dettato costituzionale che afferma la libertà di pensiero e di parola, il diritto a un insegnamento non ideologico, lo sviluppo delle potenzialità individuali anche oltre i limiti del contesto familiare, la formazione di spirito critico, il rispetto della libertà e dell’uguaglianza.
Vale ancora l’osservazione di Salvemini “In generale tutti i partiti religiosi o politici guardano con cupidigia alla scuola e son portati a considerare gl’insegnanti come doganieri del pensiero, o giullari che abbiano il dovere di cambiare la canzone secondo muta il capriccio della castellana” (in “Il programma scolastico dei clericali”).
Quante volte ancora dovrà morire Socrate che non volendo educare i giovani agli dei della città fu accusato di perturbare e corrompere le loro coscienze?
(Aprile 2011)